Fondazione Carifano, sperperare il patrimonio non è beneficenza!

Fondazione Carifano, sperperare il patrimonio non è beneficenza!

Perchè mi sono interessato al tema della Fondazione Carifano? Semplice….

Perchè la città in cui sono nato e in cui desidero vivere mi sta particolarmente a cuore e non sopporto chi fa passare per beneficenza il proprio dovere. Soprattutto mi dispiace che un terzo del patrimonio venga sperperato causando delle perdite nelle erogazioni a favore di associazioni e cittadini!

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Per questi motivi, sono convinto che sia giusto offrire all’opinione pubblica una rappresentazione corretta e reale circa l’impiego di un patrimonio che appartiene a Fano e ai territori di riferimento previsti dallo statuto della Fondazione Carifano.

Per questo, in merito al comunicato della Fondazione Carifano del 19 u.s., mi corre l’obbligo di fare alcune precisazioni che si basano su analisi obiettive e riscontrabili.

Assolutamente fuorviante e priva di fondamento è l’affermazione secondo la quale si è sostenuta l’economia del territorio attraverso l’intervento diretto nell’azionariato di Banca Marche e Carifano. Questa circostanza avrebbe trovato riscontro con la realtà qualora la Fondazione di Fano fosse stata già detentrice, negli anni che precedono il 2008, di partecipazioni azionarie di tali banche. Solo in questo caso, aderendo agli aumenti di capitale proposti nel corso del tempo, avrebbe realmente sostenuto le predette banche locali.

Infatti, come si evince dal seguente estratto di un documento pubblicato sul sito ACRI (Associazione Casse di Risparmio di Fano) dopo la crisi scoppiata nel 2008, mentre gli investitori istituzionali uscivano dalle banche italiane, le Fondazioni non hanno fatto mancare il proprio sostegno e, sollecitate dalle stesse Autorità di vigilanza, EBA in testa, hanno partecipato a consistenti quanto determinanti aumenti di capitale. Negli ultimi 5 anni le Fondazioni hanno partecipato ai rafforzamenti patrimoniali richiesti dalle Autorità di vigilanza sottoscrivendo gli aumenti di capitale delle banche partecipate per 6,9 miliardi di euro. Ciò è avvenuto in un periodo, dal 2008 al 2011, di forte turbolenza finanziaria in cui le quotazioni di borsa hanno fatto registrare una contrazione delle quotazioni dell’82% e un calo della capitalizzazione, rispetto al Pil, passata dal 23% di fine 2008 al 21% di fine giugno 2012

Bene hanno fatto dunque quelle fondazioni (come Pesaro, Jesi e Macerata per Banca Marche) che hanno fatto confluire risorse proprie nel capitale delle banche in difficoltà.
Purtroppo la Fondazione Carifano non ha fatto nulla di tutto ciò.
Negli anni 2009 e 2010 (anni molto bui per il settore creditizio nel corso dei quali fioccavano notizie relative a fallimenti di importanti banche americane che fino al giorno prima vantavano rating altissimi e inoltre la fiducia tra gli stessi istituti di credito a livello globale era pari allo zero) la Fondazione di Carifano ha deciso di collocare 1/3 del proprio patrimonio liquido nel settore più a rischio per definizione: quello dell’azionariato e in particolare dell’azionariato bancario (che – come detto – in quel periodo era il nonplusultra del rischio). In tal senso gli organi della Fondazione presieduta da Tombari hanno pensato bene di sostenere non certo l’economia del territorio ma bensì l’economia di due società private nelle casse delle quali sono entrati sonanti milioni di euro della Fondazione Carifano. Da queste società infatti la Fondazione ha acquistato il grosso della partecipazione Banca Marche che attualmente azzoppa il patrimonio a reddito della Fondazione. Ci si riferisce (dati di bilancio della Fondazione) a
– n. 24.271.844 azioni Banca Marche acquistate nel 2009 dalla società di assicurazioni AVIVA per una spesa complessiva di circa € 27.900.000,00 per il cui acquisto l’Agenzia delle Entrate ha notificato alla Fondazione un avviso di liquidazione che ha comportato accantonati “prudenziali” pari ad € 139.563,00 che al 31/12/2012 risultano ancora in bilancio. Viene da chiedersi perché questo ulteriore costo? C’è qualche responsabilità che deve essere resa pubblica?
– n. 10.706.115 azioni Banca Marche acquistate nel 2010 dalla Merloni Invest SpA e n. 286.215 azioni della Lunetta Immobiliare Srl per un totale di n° 10.992.330 azioni per un esborso complessivo pari ad € 11.322.099,90. Inoltre per fare questa operazione risulta – dati di bilancio 2010 – che la Fondazione si sia indebitata con la BCC Fano per circa 4.900.000 euro. Oltre al danno della perdita anche la beffa degli interessi passivi.
Davvero un gran bell’affare !!!

Con queste scelte assolutamente discutibili per il contesto economico e finanziario nel quale sono state effettuate, la Fondazione di Fano non ha onorato dunque nemmeno le prescrizioni dell’art. 4 comma 3 dello statuto che recita: “Nell’amministrare il patrimonio la Fondazione osserva criteri prudenziali di rischio, in modo da conservarne il valore ed ottenerne un’adeguata redditività. La Fondazione diversifica il rischio di investimento del patrimonio

Dov’è la prudenza quando in due anni si aumenta l’esposizione azionaria di circa 40 milioni? Dov’è la diversificazione quando questi 40 milioni si riferiscono alla stessa banca ?

Quindi niente prudenza, niente diversificazione e niente sostegno economico alle banche locali ma soltanto una inspiegabile operazione che ha avuto l’unica conseguenza di togliere le castagne dal fuoco alla AVIVA e ai signori Merloni.

Le conseguenze sono molto chiare: ci si trova di fronte a una perdita latente che, sulla sola partecipazione Banca Marche, ad oggi può quantificarsi in due modi diversi a seconda dei criteri che si vogliono usare:
1. perdita di poco più di 30 milioni se si prende in considerazione l’ultima quotazione pubblicata sul sito Banca Marche nei giorni scorsi;
2. perdita di circa 14 milioni se si considera il rapporto della partecipazione della Fondazione rispetto al patrimonio netto di Banca Marche reso pubblico con l’ultimo bilancio al 31/12/2012.

Inoltre circa la tanto decantata redditività e sulle realizzazioni effettuate nel corso di questi anni è bene che l’opinione pubblica rifletta sui seguenti aspetti:
1) la Fondazione dichiara che i risultati attesi per il 2013 (2,8%) tengono conto della mancata distribuzione di dividendi su circa euro 49.000.000 (Banca Marche + CREVAL). Ebbene: se questi investimenti che si sono rivelati un evidente fallimento non fossero stati fatti e le risorse avessero trovato collocazione in semplicissimi strumenti finanziari caratterizzati da elementi di prudenza così come è nel DNA di una fondazione, il rendimento 2013 avrebbe beneficiato di almeno 1 milione netto in più rispetto quello che si raggiungerà quest’anno. Tale conteggio si riferisce ad un investimento remunerato al 2%: parliamo di tassi che qualunque pensionato potrebbe portare a casa senza bisogno di esperti e consulenti superpagati. Traducendo tutto ciò in soldoni significa che circa 1 milione di euro verranno sottratti alle erogazioni sul territorio;
2) i componenti gli organi della Fondazione presieduta da Tombari percepiscono compensi per complessivi oltre 252 mila euro che – stranamente – ogni anno aumentano sempre di più. Premesso ciò, ritengo paradossale che con questi compensi (che sarebbe interessante fossero tradotti in termini tempo dedicato alla vita dell’Ente) oltre a fare scelte di investimento sbagliate, gli organi dalla Fondazione non realizzano neanche quegli interventi che per statuto chi gestisce una fondazione ha l’obbligo di fare.

Quindi se si è fatto qualcosa di buono, non si è fatto altro che il proprio dovere e in più si è percepito anche fior di compensi.

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Consigliere Regionale, Assemblea Legislativa delle Marche.